Dic 06 2007
Perchè 10persempre?
Il numero 10… Un numero magico legato a doppio filo al mondo del calcio. Fin dall’inizio di questo gioco quella maglia aveva un significato particolare, nei ricordi d’infanzia di mio padre che mi spiega le regole e i ruoli c’è impresso a fuoco lo scientifico epiteto di “mezz’ala sinistra”, un’espressione che nel calcio moderno come nel linguaggio contemporaneo non significa praticamente più niente.
Però la magia intorno a qualche numero è rimasta, e sul 10 nessuno può obiettare. In un’epoca di 99, 77, 44, 62, numeri improponibili che sarebbero più adatti ad un bello sport di stampo americano il 10 acquisisce dignità nonostante tutto, ed il suo significato trasla dal suo contesto e si adatta a nuovi campi, a nuove arti. Il 10 rimane e rimarrà il numero del fantasista, del giocatore senza ruolo, troppo spregiudicato per essere un centrocampista, troppo fantasioso per fare l’attaccante, piedi buoni, poca corsa, uno che supera il difensore di tecnica, né di potenza né di velocità, solo con il suo estro e la sua imprevedibilità. Uno che segna poco, ma che quando fa goal si ricorda, quello che la mette dentro nel momento più difficile nella maniera meno aspettata. Quello che tira le punizioni, che mette dentro tutti i rigori ma sbaglia quello decisivo, quello che dà il salto di qualità, quello che quando gioca male la squadra può anche vincere ma se gioca bene, la squadra dà spettacolo.
Nomi? Sarà banale ma per primo mi viene in mente il sinistro di dio, il divino sgorbio Diego Armando Maradona, quello che non si allenava, il giocoliere, quello capace di segnare un gol di mano e poi di segnarne un altro scartando tutti in 10 tocchi, 10 come il suo numero di maglia. Poi altri grandi, Pelè, Rivera, Platini, Zidane… Ma i veri 10 sono quelli che si godono la luce della ribalta per poco, che entrano nel cuore solo di pochi, ma che tutti conoscono, quelli con la carriera che finisce subito o che sono sempre stati sottovalutati, che rimangono nomi importanti solo nella loro realtà… provate a chiedere di Rui Costa, Savicevic, Zola…
Poi c’è Baggio, il giocatore più sottovalutato della storia di questo sport in Italia, il divin codino, che tira i rigori con precisione chirurgica per tutta una carriera e sbagliandone uno passa alla storia, uno che non si è vergognato dopo anni di carriera in grandi squadre di ripartire non una, ma due volte dalla provincia prima da Bologna e poi da Brescia, un calciatore che a 36 anni ancora faceva magie in campo con le ginocchia devastate dagli infortuni, uno che non ha la maglia di un club addosso ma una maglia bianca, contraddistinta solo da un 10.
E come nel calcio ce ne sono in tutti i campi, sono gli innovatori, gli artisti veri, i capiscuola, quelli sempre all’avanguardia, quei matti che non riescono a inserirsi nello schema attacco-difesa, il genio. Ci sono anche nella musica i numeri 10. Forse il primo è stato il ribelle Mozart. Ma forse è più facile vederli nel rock. Allora non Elvis, il classico centravanti col 9, ma Buddy Holly con gli occhialoni e un carico di influenza per i Beatles, e parlando degli scarafaggi di Liverpool non la coppia d’oro (evidentemente un altro 9 come Lennon e un 7 di grande talento come McCartney) ma il silente George Harrison tutto immerso nella sua cultura orientale che portò il sitar in occidente.
E ancora Hendrix, mancino come Maradona, che arriva a Londra da Seattle e manda a farsi benedire la tecnica chitarristica del “dio” Clapton e dello sfrenato Pete Townshead. Poi l’epoca dei batteristi fuori di testa con Keith Moon degli Who e John “Bonzo” Bonham dei Led Zeppelin. Il pazzo Frank Zappa che imponeva le sue partiture come un direttore d’orchestra, Janis Joplin che trasmette tutto il suo tormento nei suoi blues, Miles Davis che spiazzava tutti con un nuovo stile non appena qualcuno entrava nella sua scia, Kurt Cobain, l’altro mancino di Seattle, che con la sua voce distorta fa capire a tutti cosa succede da quelle parti e Jeff Buckley che urla la sua sensibilità in un’unica perla prima di annegare in un fiume.
E ultimo, ma non per importanza, il mio 10, quello con cui divido l’assonanza del nome e (sia inteso con la massima umiltà) le quattro corde dello strumento che strimpello, Jaco Pastorius che si inventa un nuovo stile di suonare il basso, che toglie i tasti al manico e lo impiastriccia con vernice da barche per non farlo rovinare, che rivoluziona e apre tutto un mondo nuovo e muore da accattone. Spero che dopo tutta questa descrizione abbiate capito perché se non ho il 10 sulle spalle, non scendo in campo e perchè nonostante tutto quello che succede mi piace pensare al calcio per fare delle metafore.
