Me & Mr Reed (un resoconto poco giornalistico)

category Interviste dieci 7 dicembre 2007

Fare un Master in giornalismo musicale a Milano dà quelle possibilità che in provincia mi sono sempre mancate. Finalmente ho toccato in qualche caso con mano quella realtà della quale ho sempre letto sulle riviste e visto qualche faccia che avevo visto solo sulle facciate dei miei dischi. Sia chiaro, una ventina di concerti significativi me la sono già goduta nella mia breve carriera di rocker, ma sono uno di quelli che si mette vicino al mixer dove si sente meglio e non a bordo palco dove si vede di che colore sono le scarpe del chitarrista.
Ci sono però dei personaggi che mi hanno sempre protetto dalle copertine e fra questi uno dei più grandi era Lou Reed. Trovai Transformer nel garage, in quella grandissima miniera che per me sarebbe diventata la collezione di musicassette prima e di cd poi di mio zio.
Quando mi hanno detto che ci sarebbe stata la possibilità di vedere quel signore… non ho potuto farne a meno, in vacca il possibile professionista, abbandonata l’oggettività. Almeno un’ora e mezza di fila in mezzo a fan con i miei compagni corsisti che abbandonavano l’impresa uno ad uno, tranne che per altri due intrepidi. L’evento era la mostra di foto che l’ex leader dei Velvet Underground presentava qui a Milano, sul tema non originalissimo, ma pur sempre foriero di nuovi spunti, della città di New York. Sono riuscito ad entrare spingendo e resistendo alla calca, dopo essere stati bombardati dalla “sciura” del primo piano con una letale raffica di liscio (sì, esatto il genere musicale, proprio mentre aspettavo di incontrare uno dei mostri del rock) e sopportando quella innata carica di simpatia che hanno i buttafuori e mi sono ritrovato davanti ad un’altra fila… Mi sono reso subito conto che non ero l’unico a cui fregava poco o nulla delle foto di Mr. Reed. Quelli con cui mi sentivo più in sintonia erano quei matti che avevano portato un bel vinile con la banana di Warhol da firmare, oppure un libro di testi, una foto del Lou musicista. Arricchivano la schiera quegli odiosi personaggi che erano lì solo per “l’happening”, qualche giornalista musicale vero (anche loro come me entusiasti delle foto come una bufala che guarda un mappamondo) e dei ragazzi più gasati del prosecco gratis che della situazione. Ho dato un’occhiata alle foto… a parte poche eccezioni ho pensato “Bé… meglio se continua a fare musica”, ma il mio parere in fatto di foto è comunque frutto dell’ignoranza e mi sembra giusto ammetterlo. Mentre stoico mi sorbivo la seconda fila (ho mancato la foto col mito per qualche secondo…) mi trovo alla scelta… vista la situazione facciamoci firmare qualcosa. Non ho mai amato gli autografi, li trovo stupidi. Però ho aperto lo zaino, ho visto il DVD dei Classic Albums di Transformer e mi sono ricordato di aver quasi pianto quando ho scoperto (e imparato a fare) il riff di basso di Walk On The Wild Side. Ok era un buon ricordo, poi mi è saltato in mano il Moleskine… Lì dentro ci sono buona parte dei miei pensieri, un paio di cose imbarazzanti anche da rileggere, un po’ di cose scritte bene, due o tre liste di persone con cui organizzare jam sessions, alcuni accordi di potenziali cover o pezzi nuovi ed alcuni degli appunti del corso. L’ho aperto e l’ho fatto firmare a Lou Reed. Lui ha scarabocchiato per la trecentesima volta le sue iniziali per quella sera. Nella totale incapacità di dire qualcosa di intelligente ho detto “Thank you Mr. Reed”. Lui mi ha guardato in faccia. Sembrava una tartaruga dei cartoni animati, ha accennato un rugosissimo sorriso guardandomi negli occhi e mi sono venute in mente alcune cose. La prima: questo incontro con la musica c’entrava solo perchè lo volevo io. La seconda: ma quanto è vecchio… e soprattutto come avrà fatto a sopravvivere a tutta l’eroina che si è fatto? La terza: mi sa che in pochi lo hanno ringraziato per quelle iniziali a pennarello se addirittura mi ha sorriso. La quarta: chissà che palle a stare lì a firmare reliquie per un pomeriggio, anche solo per il fatto che era lì per fare altro che ricordare i vecchi tempi. La quinta: ma perché non fa il musicista dato che gli riesce benino? E poi l’ultima, la più personale… speriamo che la firma sul mio taccuino serva per ispirarmi… alla fine lui qualcosa di niente male l’ha scritto…

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